Quel ramo del lago di Como, che volge a mezzogiorno, tra due
catene non interrotte di monti, tutto a seni e a golfi, a seconda dello sporgere
e del rientrare di quelli, vien, quasi a un tratto, a ristringersi, e a prender
corso e figura di fiume, tra un promontorio a destra, e un'ampia costiera
dall'altra parte; e il ponte, che ivi congiunge le due rive, par che renda ancor
pi� sensibile all'occhio questa trasformazione, e segni il punto in cui il lago
cessa, e l'Adda rincomincia, per ripigliar poi nome di lago dove le rive,
allontanandosi di nuovo, lascian l'acqua distendersi e rallentarsi in nuovi
golfi e in nuovi seni. La costiera, formata dal deposito di tre grossi torrenti,
scende appoggiata a due monti contigui, l'uno detto di san Martino, l'altro, con
voce lombarda, il Resegone, dai molti suoi cocuzzoli in fila, che in vero
lo fanno somigliare a una sega: talch� non � chi, al primo vederlo, purch� sia
di fronte, come per esempio di su le mura di Milano che guardano a settentrione,
non lo discerna tosto, a un tal contrassegno, in quella lunga e vasta giogaia,
dagli altri monti di nome pi� oscuro e di forma pi� comune. Per un buon pezzo,
la costa sale con un pend�o lento e continuo; poi si rompe in poggi e in
valloncelli, in erte e in ispianate, secondo l'ossatura de' due monti, e il
lavoro dell'acque. Il lembo estremo, tagliato dalle foci de' torrenti, � quasi
tutto ghiaia e ciottoloni; il resto, campi e vigne, sparse di terre, di ville,
di casali; in qualche parte boschi, che si prolungano su per la montagna. Lecco,
la principale di quelle terre, e che d� nome al territorio, giace poco discosto
dal ponte, alla riva del lago, anzi viene in parte a trovarsi nel lago stesso,
quando questo ingrossa: un gran borgo al giorno d'oggi, e che s'incammina a
diventar citt�. Ai tempi in cui accaddero i fatti che prendiamo a raccontare,
que1 borgo, gi� considerabile, era anche un castello, e aveva perci� l'onore
d'alloggiare un comandante, e il vantaggio di possedere una stabile guarnigione
di soldati spagnoli, che insegnavan la modestia alle fanciulle e alle donne del
paese, accarezzavan di tempo in tempo le spalle a qualche marito, a qualche
padre; e, sul finir dell'estate, non mancavan mai di spandersi nelle vigne, per
diradar l'uve, e alleggerire a' contadini le fatiche della vendemmia. Dall'una
all'altra di quelle terre, dall'alture alla riva, da un poggio all'altro,
correvano, e corrono tuttavia, strade e stradette, pi� o men ripide, o piane;
ogni tanto affondate, sepolte tra due muri, donde, alzando lo sguardo, non
iscoprite che un pezzo di cielo e qualche vetta di monte; ogni tanto elevate su
terrapieni aperti: e da qui la vista spazia per prospetti pi� o meno estesi, ma
ricchi sempre e sempre qualcosa nuovi, secondo che i diversi punti piglian pi� o
meno della vasta scena circostante, e secondo che questa o quella parte
campeggia o si scorcia, spunta o sparisce a vicenda. Dove un pezzo, dove un
altro, dove una lunga distesa di quel vasto e variato specchio dell'acqua; di
qua lago, chiuso all'estremit� o piuttosto smarrito in un gruppo, in un
andirivieni di montagne, e di mano in mano pi� allargato tra altri monti che si
spiegano, a uno a uno, allo sguardo, e che l'acqua riflette capovolti, co'
paesetti posti sulle rive; di l� braccio di fiume, poi lago, poi fiume ancora,
che va a perdersi in lucido serpeggiamento pur tra' monti che l'accompagnano,
degradando via via, e perdendosi quasi anch'essi nell'orizzonte. Il luogo stesso
da dove contemplate que' vari spettacoli, vi fa spettacolo da ogni parte: il
monte di cui passeggiate le falde, vi svolge, al di sopra, d'intorno, le sue
cime e le balze, distinte, rilevate, mutabili quasi a ogni passo, aprendosi e
contornandosi in gioghi ci� che v'era sembrato prima un sol giogo, e comparendo
in vetta ci� che poco innanzi vi si rappresentava sulla costa: e l'ameno, il
domestico di quelle falde tempera gradevolmente il selvaggio, e orna vie pi� il
magnifico dell'altre vedute.
Per una di queste stradicciole, tornava bel bello dalla passeggiata verso
casa, sulla sera del giorno 7 novembre dell'anno 1628, don Abbondio, curato
d'una delle terre accennate di sopra: il nome di questa, n� il casato del
personaggio, non si trovan nel manoscritto, n� a questo luogo n� altrove. Diceva
tranquillamente il suo ufizio, e talvolta, tra un salmo e l'altro, chiudeva il
breviario, tenendovi dentro, per segno, l'indice della mano destra, e, messa poi
questa nell'altra dietro la schiena, proseguiva il suo cammino, guardando a
terra, e buttando con un piede verso il muro i ciottoli che facevano inciampo
nel sentiero: poi alzava il viso, e, girati oziosamente gli occhi all'intorno,
li fissava alla parte d'un monte, dove la luce del sole gi� scomparso, scappando
per i fessi del monte opposto, si dipingeva qua e l� sui massi sporgenti, come a
larghe e inuguali pezze di porpora. Aperto poi di nuovo il breviario, e recitato
un altro squarcio, giunse a una voltata della stradetta, dov'era solito d'alzar
sempre gli occhi dal libro, e di guardarsi dinanzi: e cos� fece anche quel
giorno. Dopo la voltata, la strada correva diritta, forse un sessanta passi, e
poi si divideva in due viottole, a foggia d'un ipsilon: quella a destra saliva
verso il monte, e menava alla cura: l'altra scendeva nella valle fino a un
torrente; e da questa parte il muro non arrivava che all'anche del passeggiero.
I muri interni delle due viottole, in vece di riunirsi ad angolo, terminavano in
un tabernacolo, sul quale eran dipinte certe figure lunghe, serpeggianti, che
finivano in punta, e che, nell'intenzion dell'artista, e agli occhi degli
abitanti del vicinato, volevan dir fiamme; e, alternate con le fiamme,
cert'altre figure da non potersi descrivere, che volevan dire anime del
purgatorio: anime e fiamme a color di mattone, sur un fondo bigiognolo, con
qualche scalcinatura qua e l�. Il curato, voltata la stradetta, e dirizzando,
com'era solito, lo sguardo al tabernacolo, vide una cosa che non s'aspettava, e
che non avrebbe voluto vedere. Due uomini stavano, l'uno dirimpetto all'altro,
al confluente, per dir cos�, delle due viottole: un di costoro, a cavalcioni sul
muricciolo basso, con una gamba spenzolata al di fuori, e l'altro piede posato
sul terreno della strada; il compagno, in piedi, appoggiato al muro, con le
braccia incrociate sul petto. L'abito, il portamento, e quello che, dal luogo
ov'era giunto il curato, si poteva distinguer dell'aspetto, non lasciavan dubbio
intorno alla lor condizione. Avevano entrambi intorno al capo una reticella
verde, che cadeva sull'omero sinistro, terminata in una gran nappa, e dalla
quale usciva sulla fronte un enorme ciuffo: due lunghi mustacchi arricciati in
punta: una cintura lucida di cuoio, e a quella attaccate due pistole: un piccol
corno ripieno di polvere, cascante sul petto, come una collana: un manico di
coltellaccio che spuntava fuori d'un taschino degli ampi e gonfi calzoni: uno
spadone, con una gran guardia traforata a lamine d'ottone, congegnate come in
cifra, forbite e lucenti: a prima vista si davano a conoscere per individui
della specie de' bravi.
Questa specie, ora del tutto perduta, era allora floridissima in Lombardia, e
gi� molto antica. Chi non ne avesse idea, ecco alcuni squarci autentici, che
potranno darne una bastante de' suoi caratteri principali, degli sforzi fatti
per ispegnerla, e della sua dura e rigogliosa vitalit�.
[...] seguono alcune sequenze storico-descrittive sulle gride relative ai bravi [...] Che i due descritti di sopra stessero ivi ad aspettar qualcheduno, era cosa
troppo evidente; ma quel che pi� dispiacque a don Abbondio fu il dover
accorgersi, per certi atti, che l'aspettato era lui. Perch�, al suo apparire,
coloro s'eran guardati in viso, alzando la testa, con un movimento dal quale si
scorgeva che tutt'e due a un tratto avevan detto: � lui; quello che stava a
cavalcioni s'era alzato, tirando la sua gamba sulla strada; l'altro s'era
staccato dal muro; e tutt'e due gli s'avviavano incontro. Egli, tenendosi sempre
il breviario aperto dinanzi, come se leggesse, spingeva lo sguardo in su, per
ispiar le mosse di coloro; e, vedendoseli venir proprio incontro, fu assalito a
un tratto da mille pensieri. Domand� subito in fretta a se stesso, se, tra i
bravi e lui, ci fosse qualche uscita di strada, a destra o a sinistra; e gli
sovvenne subito di no. Fece un rapido esame, se avesse peccato contro qualche
potente, contro qualche vendicativo; ma, anche in quel turbamento, il testimonio
consolante della coscienza lo rassicurava alquanto: i bravi per� s'avvicinavano,
guardandolo fisso. Mise l'indice e il medio della mano sinistra nel collare,
come per raccomodarlo; e, girando le due dita intorno al collo, volgeva intanto
la faccia all'indietro, torcendo insieme la bocca, e guardando con la coda
dell'occhio, fin dove poteva, se qualcheduno arrivasse; ma non vide nessuno.
Diede un'occhiata, al di sopra del muricciolo, ne' campi: nessuno; un'altra pi�
modesta sulla strada dinanzi; nessuno, fuorch� i bravi. Che fare? tornare
indietro, non era a tempo: darla a gambe, era lo stesso che dire, inseguitemi, o
peggio. Non potendo schivare il pericolo, vi corse incontro, perch� i momenti di
quell'incertezza erano allora cos� penosi per lui, che non desiderava altro che
d'abbreviarli. Affrett� il passo, recit� un versetto a voce pi� alta, compose la
faccia a tutta quella quiete e ilarit� che pot�, fece ogni sforzo per preparare
un sorriso; quando si trov� a fronte dei due galantuomini, disse mentalmente: ci
siamo; e si ferm� su due piedi.
- Signor curato, - disse un di que' due, piantandogli gli occhi in faccia.
- Cosa comanda? - rispose subito don Abbondio, alzando i suoi dal libro, che
gli rest� spalancato nelle mani, come sur un legg�o.
- Lei ha intenzione, - prosegu� l'altro, con l'atto minaccioso e iracondo di
chi coglie un suo inferiore sull'intraprendere una ribalderia, - lei ha
intenzione di maritar domani Renzo Tramaglino e Lucia Mondella!
- Cio�... - rispose, con voce tremolante, don Abbondio: - cio�. Lor signori
son uomini di mondo, e sanno benissimo come vanno queste faccende. Il povero
curato non c'entra: fanno i loro pasticci tra loro, e poi... e poi, vengon da
noi, come s'anderebbe a un banco a riscotere; e noi... noi siamo i servitori del
comune.
- Or bene, - gli disse il bravo, all'orecchio, ma in tono solenne di comando,
- questo matrimonio non s'ha da fare, n� domani, n� mai.
- Ma, signori miei, - replic� don Abbondio, con la voce mansueta e gentile di
chi vuol persuadere un impaziente, - ma, signori miei, si degnino di mettersi
ne' miei panni. Se la cosa dipendesse da me,... vedon bene che a me non me ne
vien nulla in tasca...
- Ors�, - interruppe il bravo, - se la cosa avesse a decidersi a ciarle, lei
ci metterebbe in sacco. Noi non ne sappiamo, n� vogliam saperne di pi�. Uomo
avvertito... lei c'intende.
- Ma lor signori son troppo giusti, troppo ragionevoli...
- Ma, - interruppe questa volta l'altro compagnone, che non aveva parlato fin
allora, - ma il matrimonio non si far�, o... - e qui una buona bestemmia, - o
chi lo far� non se ne pentir�, perch� non ne avr� tempo, e... - un'altra
bestemmia.
- Zitto, zitto, - riprese il primo oratore: - il signor curato � un uomo che
sa il viver del mondo; e noi siam galantuomini, che non vogliam fargli del male,
purch� abbia giudizio. Signor curato, l'illustrissimo signor don Rodrigo nostro
padrone la riverisce caramente.
Questo nome fu, nella mente di don Abbondio, come, nel forte d'un temporale
notturno, un lampo che illumina momentaneamente e in confuso gli oggetti, e
accresce il terrore. Fece, come per istinto, un grand'inchino, e disse: - se mi
sapessero suggerire...
- Oh! suggerire a lei che sa di latino! - interruppe ancora il bravo, con un
riso tra lo sguaiato e il feroce. - A lei tocca. E sopra tutto, non si lasci
uscir parola su questo avviso che le abbiam dato per suo bene; altrimenti...
ehm... sarebbe lo stesso che fare quel tal matrimonio. Via, che vuol che si dica
in suo nome all'illustrissimo signor don Rodrigo?
- Il mio rispetto...
- Si spieghi meglio!
-... Disposto... disposto sempre all'ubbidienza -. E, proferendo queste
parole, non sapeva nemmen lui se faceva una promessa, o un complimento. I bravi
le presero, o mostraron di prenderle nel significato pi� serio.
- Benissimo, e buona notte, messere, - disse l'un d'essi, in atto di partir
col compagno. Don Abbondio, che, pochi momenti prima, avrebbe dato un occhio per
iscansarli, allora avrebbe voluto prolungar la conversazione e le trattative. -
Signori... - cominci�, chiudendo il libro con le due mani; ma quelli, senza pi�
dargli udienza, presero la strada dond'era lui venuto, e s'allontanarono,
cantando una canzonaccia che non voglio trascrivere. Il povero don Abbondio
rimase un momento a bocca aperta, come incantato; poi prese quella delle due
stradette che conduceva a casa sua, mettendo innanzi a stento una gamba dopo
l'altra, che parevano aggranchiate. Come stesse di dentro, s'intender� meglio,
quando avrem detto qualche cosa del suo naturale, e de' tempi in cui gli era
toccato di vivere.
Don Abbondio (il lettore se n'� gi� avveduto) non era nato con un cuor di
leone. Ma, fin da' primi suoi anni, aveva dovuto comprendere che la peggior
condizione, a que' tempi, era quella d'un animale senza artigli e senza zanne, e
che pure non si sentisse inclinazione d'esser divorato. La forza legale non
proteggeva in alcun conto l'uomo tranquillo, inoffensivo, e che non avesse altri
mezzi di far paura altrui. Non gi� che mancassero leggi e pene contro le
violenze private. Le leggi anzi diluviavano; i delitti erano enumerati, e
particolareggiati, con minuta prolissit�; le pene, pazzamente esorbitanti e, se
non basta, aumentabili, quasi per ogni caso, ad arbitrio del legislatore stesso
e di cento esecutori; le procedure, studiate soltanto a liberare il giudice da
ogni cosa che potesse essergli d'impedimento a proferire una condanna: gli
squarci che abbiam riportati delle gride contro i bravi, ne sono un piccolo, ma
fedel saggio. Con tutto ci�, anzi in gran parte a cagion di ci�, quelle gride,
ripubblicate e rinforzate di governo in governo, non servivano ad altro che ad
attestare ampollosamente l'impotenza de' loro autori; o, se producevan qualche
effetto immediato, era principalmente d'aggiunger molte vessazioni a quelle che
i pacifici e i deboli gi� soffrivano da' perturbatori, e d'accrescer le violenze
e l'astuzia di questi. [ ... continua la sequenza riflessiva sull'impunit� e la mancanza di giustizia nella Lombaedia del Seicento a cui ne segue un'altra sulla necessit� degli uomini di associarsi in corporazioni per difendersi]
Il nostro Abbondio non nobile, non ricco, coraggioso ancor meno, s'era dunque
accorto, prima quasi di toccar gli anni della discrezione, d'essere, in quella
societ�, come un vaso di terra cotta, costretto a viaggiare in compagnia di
molti vasi di ferro. Aveva quindi, assai di buon grado, ubbidito ai parenti, che
lo vollero prete. Per dir la verit�, non aveva gran fatto pensato agli obblighi
e ai nobili fini del ministero al quale si dedicava: procacciarsi di che vivere
con qualche agio, e mettersi in una classe riverita e forte, gli eran sembrate
due ragioni pi� che sufficienti per una tale scelta. Ma una classe qualunque non
protegge un individuo, non lo assicura, che fino a un certo segno: nessuna lo
dispensa dal farsi un suo sistema particolare. Don Abbondio, assorbito
continuamente ne' pensieri della propria quiete, non si curava di que' vantaggi,
per ottenere i quali facesse bisogno d'adoperarsi molto, o d'arrischiarsi un
poco. Il suo sistema consisteva principalmente nello scansar tutti i contrasti,
e nel cedere, in quelli che non poteva scansare. Neutralit� disarmata in tutte
le guerre che scoppiavano intorno a lui, dalle contese, allora frequentissime,
tra il clero e le podest� laiche, tra il militare e il civile, tra nobili e
nobili, fino alle questioni tra due contadini, nate da una parola, e decise coi
pugni, o con le coltellate. Se si trovava assolutamente costretto a prender
parte tra due contendenti, stava col pi� forte, sempre per� alla retroguardia, e
procurando di far vedere all'altro ch'egli non gli era volontariamente nemico:
pareva che gli dicesse: ma perch� non avete saputo esser voi il pi� forte? ch'io
mi sarei messo dalla vostra parte. Stando alla larga da' prepotenti,
dissimulando le loro soverchierie passeggiere e capricciose, corrispondendo con
sommissioni a quelle che venissero da un'intenzione pi� seria e pi� meditata,
costringendo, a forza d'inchini e di rispetto gioviale, anche i pi� burberi e
sdegnosi, a fargli un sorriso, quando gl'incontrava per la strada, il pover'uomo
era riuscito a passare i sessant'anni, senza gran burrasche.
Non � per� che non avesse anche lui il suo po' di fiele in corpo; e quel
continuo esercitar la pazienza, quel dar cos� spesso ragione agli altri, que'
tanti bocconi amari inghiottiti in silenzio, glielo avevano esacerbato a segno
che, se non avesse, di tanto in tanto, potuto dargli un po' di sfogo, la sua
salute n'avrebbe certamente sofferto. Ma siccome v'eran poi finalmente al mondo,
e vicino a lui, persone ch'egli conosceva ben bene per incapaci di far male,
cos� poteva con quelle sfogare qualche volta il mal umore lungamente represso, e
cavarsi anche lui la voglia d'essere un po' fantastico, e di gridare a torto.
Era poi un rigido censore degli uomini che non si regolavan come lui, quando
per� la censura potesse esercitarsi senza alcuno, anche lontano, pericolo. Il
battuto era almeno almeno un imprudente; l'ammazzato era sempre stato un uomo
torbido. A chi, messosi a sostener le sue ragioni contro un potente, rimaneva
col capo rotto, don Abbondio sapeva trovar sempre qualche torto; cosa non
difficile, perch� la ragione e il torto non si dividon mai con un taglio cos�
netto, che ogni parte abbia soltanto dell'una o dell'altro. Sopra tutto poi,
declamava contro que' suoi confratelli che, a loro rischio, prendevan le parti
d'un debole oppresso, contro un soverchiatore potente. Questo chiamava un
comprarsi gl'impicci a contanti, un voler raddirizzar le gambe ai cani; diceva
anche severamente, ch'era un mischiarsi nelle cose profane, a danno della
dignit� del sacro ministero. E contro questi predicava, sempre per� a
quattr'occhi, o in un piccolissimo crocchio, con tanto pi� di veemenza, quanto
pi� essi eran conosciuti per alieni dal risentirsi, in cosa che li toccasse
personalmente. Aveva poi una sua sentenza prediletta, con la quale sigillava
sempre i discorsi su queste materie: che a un galantuomo, il qual badi a s�, e
stia ne' suoi panni, non accadon mai brutti incontri.
Pensino ora i miei venticinque lettori che impressione dovesse fare
sull'animo del poveretto, quello che s'� raccontato. Lo spavento di que' visacci
e di quelle parolacce, la minaccia d'un signore noto per non minacciare invano,
un sistema di quieto vivere, ch'era costato tant'anni di studio e di pazienza,
sconcertato in un punto, e un passo dal quale non si poteva veder come uscirne:
tutti questi pensieri ronzavano tumultuariamente nel capo basso di don Abbondio.
� Se Renzo si potesse mandare in pace con un bel no, via; ma vorr� delle
ragioni; e cosa ho da rispondergli, per amor del cielo? E, e, e, anche costui �
una testa: un agnello se nessun lo tocca, ma se uno vuol contraddirgli... ih! E
poi, e poi, perduto dietro a quella Lucia, innamorato come... Ragazzacci, che,
per non saper che fare, s'innamorano, voglion maritarsi, e non pensano ad altro;
non si fanno carico de' travagli in che mettono un povero galantuomo. Oh povero
me! vedete se quelle due figuracce dovevan proprio piantarsi sulla mia strada, e
prenderla con me! Che c'entro io? Son io che voglio maritarmi? Perch� non son
andati piuttosto a parlare... Oh vedete un poco: gran destino � il mio, che le
cose a proposito mi vengan sempre in mente un momento dopo l'occasione. Se
avessi pensato di suggerir loro che andassero a portar la loro imbasciata... �
Ma, a questo punto, s'accorse che il pentirsi di non essere stato consigliere e
cooperatore dell'iniquit� era cosa troppo iniqua; e rivolse tutta la stizza de'
suoi pensieri contro quell'altro che veniva cos� a togliergli la sua pace. Non
conosceva don Rodrigo che di vista e di fama, n� aveva mai avuto che far con
lui, altro che di toccare il petto col mento, e la terra con la punta del suo
cappello, quelle poche volte che l'aveva incontrato per la strada. Gli era
occorso di difendere, in pi� d'un'occasione, la riputazione di quel signore,
contro coloro che, a bassa voce, sospirando, e alzando gli occhi al cielo,
maledicevano qualche suo fatto: aveva detto cento volte ch'era un rispettabile
cavaliere. Ma, in quel momento gli diede in cuor suo tutti que' titoli che non
aveva mai udito applicargli da altri, senza interrompere in fretta con un oib�.
Giunto, tra il tumulto di questi pensieri, alla porta di casa sua, ch'era in
fondo del paesello, mise in fretta nella toppa la chiave, che gi� teneva in
mano; apr�, entr�, richiuse diligentemente; e, ansioso di trovarsi in una
compagnia fidata, chiam� subito: - Perpetua! Perpetua! -, avviandosi pure verso
il salotto, dove questa doveva esser certamente ad apparecchiar la tavola per la
cena. Era Perpetua, come ognun se n'avvede, la serva di don Abbondio: serva
affezionata e fedele, che sapeva ubbidire e comandare, secondo l'occasione,
tollerare a tempo il brontol�o e le fantasticaggini del padrone, e fargli a
tempo tollerar le proprie, che divenivan di giorno in giorno pi� frequenti, da
che aveva passata l'et� sinodale dei quaranta, rimanendo celibe, per aver
rifiutati tutti i partiti che le si erano offerti, come diceva lei, o per non
aver mai trovato un cane che la volesse, come dicevan le sue amiche.
- Vengo, - rispose, mettendo sul tavolino, al luogo solito, il fiaschetto del
vino prediletto di don Abbondio, e si mosse lentamente; ma non aveva ancor
toccata la soglia del salotto, ch'egli v'entr�, con un passo cos� legato, con
uno sguardo cos� adombrato, con un viso cos� stravolto, che non ci sarebbero
nemmen bisognati gli occhi esperti di Perpetua, per iscoprire a prima vista che
gli era accaduto qualche cosa di straordinario davvero.
- Misericordia! cos'ha, signor padrone?
- Niente, niente, - rispose don Abbondio, lasciandosi andar tutto ansante sul
suo seggiolone.
- Come, niente? La vuol dare ad intendere a me? cos� brutto com'�? Qualche
gran caso � avvenuto.
- Oh, per amor del cielo! Quando dico niente, o � niente, o � cosa che non
posso dire.
- Che non pu� dir neppure a me? Chi si prender� cura della sua salute? Chi le
dar� un parere?...
- Ohim�! tacete, e non apparecchiate altro: datemi un bicchiere del mio vino.
- E lei mi vorr� sostenere che non ha niente! - disse Perpetua, empiendo il
bicchiere, e tenendolo poi in mano, come se non volesse darlo che in premio
della confidenza che si faceva tanto aspettare.
- Date qui, date qui, - disse don Abbondio, prendendole il bicchiere, con la
mano non ben ferma, e votandolo poi in fretta, come se fosse una medicina.
- Vuol dunque ch'io sia costretta di domandar qua e l� cosa sia accaduto al
mio padrone? - disse Perpetua, ritta dinanzi a lui, con le mani arrovesciate sui
fianchi, e le gomita appuntate davanti, guardandolo fisso, quasi volesse
succhiargli dagli occhi il segreto.
- Per amor del cielo! non fate pettegolezzi, non fate schiamazzi: ne va... ne
va la vita!
- La vita!
- La vita.
- Lei sa bene che, ogni volta che m'ha detto qualche cosa sinceramente, in
confidenza, io non ho mai...
- Brava! come quando...
Perpetua s'avvide d'aver toccato un tasto falso; onde, cambiando subito il
tono, - signor padrone, - disse, con voce commossa e da commovere, - io le sono
sempre stata affezionata; e, se ora voglio sapere, � per premura, perch� vorrei
poterla soccorrere, darle un buon parere, sollevarle l'animo...
Il fatto sta che don Abbondio aveva forse tanta voglia di scaricarsi del suo
doloroso segreto, quanta ne avesse Perpetua di conoscerlo; onde, dopo aver
respinti sempre pi� debolmente i nuovi e pi� incalzanti assalti di lei, dopo
averle fatto pi� d'una volta giurare che non fiaterebbe, finalmente, con molte
sospensioni, con molti ohim�, le raccont� il miserabile caso. Quando si venne al
nome terribile del mandante, bisogn� che Perpetua proferisse un nuovo e pi�
solenne giuramento; e don Abbondio, pronunziato quel nome, si rovesci� sulla
spalliera della seggiola, con un gran sospiro, alzando le mani, in atto insieme
di comando e di supplica, e dicendo: - per amor del cielo!
- Delle sue! - esclam� Perpetua. - Oh che birbone! oh che soverchiatore! oh
che uomo senza timor di Dio!
- Volete tacere? o volete rovinarmi del tutto?
- Oh! siam qui soli che nessun ci sente. Ma come far�, povero signor padrone?
- Oh vedete, - disse don Abbondio, con voce stizzosa: - vedete che bei pareri
mi sa dar costei! Viene a domandarmi come far�, come far�; quasi fosse lei
nell'impiccio, e toccasse a me di levarnela.
- Ma! io l'avrei bene il mio povero parere da darle; ma poi...
- Ma poi, sentiamo.
- Il mio parere sarebbe che, siccome tutti dicono che il nostro arcivescovo �
un sant'uomo, e un uomo di polso, e che non ha paura di nessuno, e, quando pu�
fare star a dovere un di questi prepotenti, per sostenere un curato, ci gongola;
io direi, e dico che lei gli scrivesse una bella lettera, per informarlo come
qualmente...
- Volete tacere? volete tacere? Son pareri codesti da dare a un pover'uomo?
Quando mi fosse toccata una schioppettata nella schiena, Dio liberi!
l'arcivescovo me la leverebbe?
- Eh! le schioppettate non si d�nno via come confetti: e guai se questi cani
dovessero mordere tutte le volte che abbaiano! E io ho sempre veduto che a chi
sa mostrare i denti, e farsi stimare, gli si porta rispetto; e, appunto perch�
lei non vuol mai dir la sua ragione, siam ridotti a segno che tutti vengono, con
licenza, a...
- Volete tacere?
- Io taccio subito; ma � per� certo che, quando il mondo s'accorge che uno,
sempre, in ogni incontro, � pronto a calar le...
- Volete tacere? E' tempo ora di dir codeste baggianate?
- Basta: ci penser� questa notte; ma intanto non cominci a farsi male da s�,
a rovinarsi la salute; mangi un boccone.
- Ci penser� io, - rispose, brontolando, don Abbondio: - sicuro; io ci
penser�, io ci ho da pensare - E s'alz�, continuando: - non voglio prender
niente; niente: ho altra voglia: lo so anch'io che tocca a pensarci a me. Ma! la
doveva accader per l'appunto a me.
- Mandi almen gi� quest'altro gocciolo, - disse Perpetua, mescendo. - Lei sa
che questo le rimette sempre lo stomaco.
- Eh! ci vuol altro, ci vuol altro, ci vuol altro. Cos� dicendo prese il
lume, e, brontolando sempre: - una piccola bagattella! a un galantuomo par mio!
e domani com'andr�? - e altre simili lamentazioni, s'avvi� per salire in camera.
Giunto su la soglia, si volt� indietro verso Perpetua, mise il dito sulla bocca,
disse, con tono lento e solenne : - per amor del cielo! -, e disparve.