Suburbana itinera - Suburban trekking
Suburbana itinera
(Suburban trekking)
Oscar Testoni

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Ecco! Colgo un pertugio, faccio uno sforzo e, incuneandomici dentro, lo allargo, decido di scrollarmi di dosso tutti gli impegni, dalla testa l'intricato labirinto di obblighi e velleità, inchiodo al muro quel forte senso del dovere che quotidianamente inchioda me e compio un primo atto di ribellione: mi dedico del tempo; infilo un paio di scarponi pronti a tutto, esco di casa libero dall'attesa di un ascensore, che sa tanto di impegno quotidiano, giù per sei piani di scale; m'intrufolo col cuore libero per le strade cittadine, funanbolando sulla sottile linea di confine tra i marciapiedi, cessi dei cani, e le strade, campo di battaglia per macchinoni da "io ce l'ho più grosso"; raggiungo solerte, ma senza correre senza sfuggire i volti di chi cammina per i suoi motivi, il primo parco cittadino e da lì per passaggi segreti ormai consolidati, un secondo e ancora un parco fluviale e poi un lungo parco coperta (nato come operazione di cosmesi per nascondere la profonda ferita inferta da un'arteria di servizio nata per permettere ai camion di portare chissà dove il materiale di risulta degli scavi dell'alta velocità tra Bologna e Firenze, che hanno spazzato via le reminiscenze infantili dei miei viaggi di scoperta lungo il torrente Savena con mio papà). Lo percorro tutto con passo deciso e sempre più libero, incontrando qualche persona (qualcuno in bici, qualcuno col cane "millepisce", qualcuno in compagnia, qualcuno solo coi propri piedi). Pian piano mi accorgo di allontanarmi dalla costipazione edilizia e un po' anche di ergermi sopra; intercetto e attraverso un paese satellite, di nuovo tra case, negozi, giardini, sì ... scegliendo la strada più verde, salire e ancora salire su una nuova linea di confine tra la civiltà delle villette a schiere e il selvaggio. Mi accorgo che tra una macchina e l'altra incontro ancora dei volti, ma che d'ora in avanti saluto e quelli rispondono al mio saluto, talvolta persino precedendomi, al solo incrociare degli sguardi, come se una dogana psicologica avesse fatto entrare me e loro in uno stato diverso, amico, dove tutti sono fratelli, perché il cammino rende tutti uguali. Da aprile in avanti sento il cuculo che si staglia tra un treno che esce e uno che s'infila nelle viscere della terra, per uscire alla luce con la "c" aspirata; nei mesi freddi solo il rumore delle rotaie che echeggia nel primo formarsi della Val di Savena. Una strettoia, un insediamento remoto, reso rusticamente elegante, appena un po' di fiatone, una curva ed ecco si apre ai miei piedi la prima vista sulla porzione di città che dalle colline si stende a nord-est e sul primo mettersi in fila delle case dentro la valle, che impone gli spazi occupabili. Salgo ancora, raggiungo il punto più alto della strada (ormai un altro mondo, pur a pochi chilometri dalla città), lascio la strada, m'abbasso sul fianco nord di una grossa dolina, risalgo su un piano erboso, m'infilo su sentieri di gesso tra inghittitoi e doline minori, arbusti di querce e di ginestre, che solo da maggio dischiudono i loro fiori gialli e mi ritrovo su uno splendido balcone naturale: nei giorni limpidi le Alpi chiudono la pianura dal lato opposto al mio e sembrano così vicine alla mia città, così lontana, così a sud di questo nord. Guardo senza gli occhiali scuri, il sole in faccia, mentre si appoggia tra colori incendiati sull'ondulata azzurrognola linea degli Appennini. La mia ombra di gigante percorre tanta strada sul brillante gesso che si colora degli ultimi colori del giorno. Laggiù la città sembra un altro mondo, che vive una vita e una logica del tutto diverse da me, che pure fino a poco tempo prima respiravo quel medesimo corto respiro. Mi è bastato uscire di casa, riappropriarmi del tempo, mettere in moto i piedi, prerogativa umana, da quando, rimasti orfani della foresta, drizzammo la schiena in quella savana lontana, alzarmi un po' al di sopra delle case e delle auto, per vedere tutto sotto un'altra prospettiva, una luce diversa, comprese le urgenze che mi sembrava impossibile abbandonare, quando colsi quello spiraglio, che allargai incoscientemente, concedendomi uno spazio a cui non pensavo di avere più diritto. Alcuni ragazzotti giocano con strumenti tecnologici, mentre si lasciano prendere dal discreto fascino di questa facile meta. Ma sono lì. A piedi. Non dimenticatevelo diventando adulti! Saluto anche loro e anche loro salutano me, così distante da loro. Mentre il sole si abbassa dietro la linea degli Appennini, entro nell'ombra discendendo tra le doline, percorro un crinale costeggiato da alti cipressi in fila come soldati in ritirata, tra canti di nostalgia, per vedere il ramo sud est della mia città. Poi discendo tra le fredde ombre invernali o le fresche primaverili o le tiepide estive, giù tra le linee di confine, giù tra i parchi suburbani e poi urbani, giù tra le strade cittadine, di nuovo cittadino, ma diverso, diverso, profondamente diverso. Per quanto? Per poco, come poco dura la pulizia di un bagno, un buon proposito, l'effetto di una piacevole ora in piena amicizia, di un profondo momento di preghiera, di un buon sonno ristoratore, di un pasto sano. Siamo umani e dobbiamo sempre tornare su ciò che ci serve e il problema è che crediamo nella nostra efficienza di non avere bisogno anche di questo. Davanti all'ascensore ho un ultimo sussulto e salgo a piedi i sei piani. Mi riscaldo con una bella tisana calda balsamica o speziata di zenzero, cannella e chiodi di garofano addolcita di miele se è in inverno o mi rigenero con un rinfrescante tè verde alla menta se è estate, mentre si accende il computer per ritornare all'efficienza (anche se è domenica sera) e calmare il riaffiorare dei sensi di colpa.
Questo camminare non è solo un beneficio dell'animo e del corpo, ma anche un'azione civile: è riappropiarsi di tempi e spazi, è conoscere e presidiare il territorio (invece di percorrerlo in distratta e distaccata velocità come l'automobilista), è reimparare a guardare lo sconosciuto negli occhi, riconoscendolo di pari dignità, senza la necessità che sia "mio" amico, è smettere di coltivare la paura, tanto amata dai media, debole - mani e piedi - tra il mondo delle automobili e quello della natura abbandonata e "rinselvatichita" (anche se non ho ancora capito quale dei due sia più selvaggio), è una rivoluzione lenta e profonda, perché anche se parte da fuori, stilla dentro e muta la percezione dei valori, delle prospettive, delle priorità.
Da giovane correvo alla montagna e mi lasciavo affascinare dalle altezze e così, presa la patente, si organizzava con gli amici la partenza mattutina, il viaggio di 2-3 ore, tra autostrade e tornanti, l'ascesa alla cima, la discesa e di nuovo in automobile per il rientro serale. Anche oggi trascorro le mie vacanze tra i monti con lo sguardo basso la sera sulla cartina e lo sguardo alto il mattino abbagliato dalla meta, ma nell'impossibilità di rivivere la disimpegnata giovinezza, o di portarmi la montagna in città, ho imparato ad apprezzare con intima soddisfazione queste sortite a costo zero, senza impatti ambientali, solo i miei piedi, eventualmente qualche fermata di autobus, al massimo un paio di chilometri in auto e poi ... solo io e ciò che mi circonda.
Più di una volta ho pensato di chiamare questo camminare che incomincia dalla porta di casa in città e finisce in collina o nella natura tornata selvaggia suburban trekking. Poi però mi sono detto che questa definizione sa troppo di sport, con le sue giostrine, la foglia di fico di una disciplina con cui darsi un'identità superficiale, senza la quale ci sentiamo dissolvere, con la tutina da fighetto, senza la quale non fai uno sport, ma solo una passeggiata, poi magari qualcuno se ne appropria ed inventa pure dei bacchetti appositi. Sì mi tengo questa definizione, "suburban trekking", peraltro, sebbene a bassa densità (ci si può ricavare poco profitto), già presente in internet, ma me ne piace più un'altra che è emersa in seguito nel mio animo. "Sub" non viene certo dall'inglese: è una preposizione e un prefisso latino, così come "urban" viene dall'aggettivo latino "urbanus, a, um" a sua volta dal nome "urbs, urbis" che vuol dire città. Perché continuare questa subalternanza a una cultura nata il 4 luglio di poco più di due secoli fa, o a quella che, discendendo da Guglielmo il Conquistatore, impiegò ancora un po' di secoli, prima di mostrare i suoi frutti, quando ne disponiamo dentro di noi di una più che bimillenaria? E "iter" è una parola molto più bella, più vasta, più profonda di "trekking", anche se, non giustificando l'acquisto di qualche accessorio costoso, come la seconda, potrebbe dispiacere agli "sportivi".
Lancio questa paratica dei SUBURBANA ITINERA (o del SUBURBAN TREKKING se proprio non riuscite a resistere a un'etichetta anglofila che sappia di uno sport con cui vestire la semplice voglia di ritrovarsi): viaggi dello spirito che si fanno col corpo, senza impatto ambientale, ma con un profondo impatto umano e civile. C'è il sole? Uscite di casa con un paio di scarpe pronte a tutto (al fango, ai rovi, alla neve ghiacciata nei profondi ombrosi, alla vipera sulla roccia assolata) e incamminatevi. Incontriamoci se volete, se temete che la pigrizia ci faccia rimandare sempre il mettersi in moto a un "mai" che chiamiamo "domani" o "prossima volta". Anche insieme va bene, basta che il parlare non diventi troppo e non prenda il sopravvento sul cammino come silente medicina dell'anima: condividere il cammino, il panorama, gli sguardi può essere una gioia più grande. Anzi ogni tanto bisognerebbe fare gruppi così grandi da impedire alle automobili la circolazione, da dire "Laggiù regnate voi, ma qui per questa stradina, mettetevi in coda o fermatevi proprio: è il regno dei piedi, è il regno dell'uomo, che ritorna rispettoso alla natura, per sentirsi più uomo".
Un abbraccio, viandante!
Oscar Testoni - 16 gennaio 2015

Ah dimenticavo! Deponete le armi! Non vi chiedo di rinunciare al coevo elettronico panno di Linus: sarebbe contro la nostra attuale natura! E poi ... non si sa mai ... la moglie da avvertire per un ritardo ... il soccorso da chiamare per un cane randagio che ci morde ... la mappa col gps se ci perdiamo e poi - si sa! - ... oggi si fotografa più con l'oggetto tutto fare che con una macchina fotografica, che ha il vizio di fare solo le foto, ma disattivate le e-mail, WhatsApp e ogni alert: non potete uscire dalla città per scollegarvi da tutto, ricollegandovi con voi stessi con la natura e con ciò o chi vi capita d'incontrare e contemporaneamente rimanere collegati a quel tutto totalizzante, flusso continuo d'informazioni, e-mail, colleghi, gruppi di autoapprovazione, battutine od esclamazioni mono o bisillabiche, che vi fanno sentire tanto in solido con il vostro mondo virtuale. Ogni tanto prendetevi il lusso di essere proprio dove siete e non altrove. Soprattutto disattivatelo se venite a camminare con me!
Oscar Testoni - 20/01/2015


Non potendo avere a portata di mano le Dolomiti o l'Ortles o i monti Aurini e non riuscendo (ormai da troppo tempo) a trovare più pertugi così larghi durante l'anno da avvicinarmi e quindi salire sui più vicini Appennini, sto esplorando questi liberanti espedienti, che mi stanno facendo conoscere quante possibilità di cammino e quanti piccoli scorci e piccoli tesori anche il mio territorio possiede. Il mio territorio. Ma la maggior parte delle città italiane ha i suoi suburbana itinera su monti, colline, foreste, lungofiumi, lungomari o altro ancora. Persino a me è capitato di sperimentare questi suburbana itinera in altre città, seppur più in piccolo o sotto una dimensione, a metà tra viandante del corpo e dell'anima e il semplice turista. Mi è capitato durante un breve soggiorno a Gubbio, dopo averne apprezzato la bellezza, anche se un po' infastidito dall'onnipresenza delle auto in centro storico, di uscirne e salire a piedi con sollievo, anche se era una caldissimo pomeriggio estivo, sul Monte Ingino (827 m), fino alla Basilica di Sant'Ubaldo. Molte volte visitando o accompagnando stranieri a Brisighella mi è capitato di fare il classico giro partendo dalla via degli Asini, verso il teatro all'aperto, e poi su lungo il fianco della collina tra stradine, sentieri, cespugli fioriti e scale, fino alla Rocca e poi ancora su strada bianca, seguendo la curva di livello di un pendio collinare, alle spalle di un affioramento gessoso, fino alla Torre dell'orologio, per poi ridiscendere tra scalette e seniteri di nuovo nella via degli asini a Brisighella. E altre volte mi è occorso, nei giorni di tempo incerto, nelle mezze stagioni o anche nei giorni di riposo dalle mete ambiziose sulle Alpi, partendo dalla via dei Portici a Merano, con abbigliamento mezzo cittadino e mezzo montanaro, percorrere la Sissiweg fino al ponte romano, intercettare il Tapeneirweg con magnifica vista su Merano e i monti attorno fino a raggiungere Tirolo col suo omonimo castello, o direttamente alla Tappeneirweg per la Zenbergstrasse, passando sotto la porta delle mura. Perfino sulla sabbia romagnola, una volta, stanco della monotonia della vita da spiaggia, attraversai proprio camminando sulla battigia - zaino in spalle - i paesi della riviera, superando l'ultimo porto canale, che si frapponeva, rientrando all'interno per fruire dei ponti, varcare il confine regionale, fino ad arrivare a toccare la roccia nel punto in cui il monte sposa il mare. Buona parte dell'Italia, per quanto cerchino di distruggerne il paesaggio e di impedirne l'accesso ai camminatori, è ancora fatta per essere percorsa da noi viandanti del corpo e dell'anima. E non solo sui monti, che rimangono unici e insostituibili, ma che non possono diventare riserva indiana per trekkers.
Buon cammino fratello di piedi. Oscar Testoni - 21/01/2015



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